Fattura elettronica e detrazione IVA

L’Agenzia delle Entrate ha reso disponibili sul proprio sito nuovi contenuti in tema di fatturazione elettronica e, fra questi, è stata pubblicata una guida pratica contenente alcune interessanti precisazioni relative al processo di invio e ricezione delle fatture.
La guida “La fattura elettronica e i servizi gratuiti dell’Agenzia delle Entrate” si divide in quattro capitoli e richiama:
– la definizione di fattura elettronica;
– i soggetti obbligati ed esonerati dall’obbligo di fatturazione in vigore dall’1/1/2019;
– le modalità per predisporre, inviare, ricevere e conservare le fatture;
– i servizi web e i software dell’Agenzia delle Entrate per la gestione della fatturazione elettronica.
Nello specifico la guida fornisce precisazioni in ordine al processo di trasmissione e ricezione delle fatture.
Una volta predisposta e inviata la fattura, il Sistema di Interscambio controlla la completezza, la correttezza e la coerenza dei dati ivi inseriti. Se i controlli non sono superati, il sistema trasmette una ricevuta di scarto al canale da cui ha ricevuto il documento e mette comunque a disposizione la fattura nell’area di consultazione e monitoraggio.
In caso di scarto, il soggetto ha 5 giorni effettivi per effettuare un nuovo invio con i dati corretti; se il nuovo invio non risulta tempestivo, la fattura si intende omessa.
Lo stesso accade se la fattura viene predisposta in un formato diverso dal formato XML ovvero se viene inviata al cliente senza transitare dal Sistema di Interscambio.
In tali ipotesi, il destinatario della fattura non potrà procedere alla detrazione dell’IVA in quanto la fattura si considera non emessa.
Se la fattura è correttamente trasmessa entro i termini previsti ma non può essere recapitata in quanto, per esempio, la casella PEC indicata per la ricezione risulta piena o il server del canale telematico risulta momentaneamente spento, il SdI invierà al fornitore una “ricevuta di impossibilità di consegna”. Quest’ultimo sarà tenuto a comunicare all’acquirente, mediante i canali ordinari, che la fattura è a disposizione nella sua area riservata.
Per l’esigibilità e la detraibilità dell’IVA è molto importante individuare correttamente la data in cui le fatture risultano emesse e ricevute.
In particolare, per il fornitore la data di esigibilità coinciderà con la data riportata nella fattura tutte le volte in cui il SdI gli avrà inviato una “ricevuta di consegna” o una “ricevuta di impossibilità di consegna”.
Per il cliente la data a partire dalla quale potrà essere detratta l’IVA sarà quella della consegna del documento da parte del SdI. Se la fattura supera i controlli, ma non può essere consegnata per problemi connessi al canale telematico, come sopra indicato, questa data coinciderà con quella di “presa visione” nell’area riservata del portale “Fatture e corrispettivi”.

Restituzione di finanziamenti e postergazione

L’istituto della postergazione è disciplinato dall’art. 2467 del codice civile e la ragione giustificatrice è dipesa dal comportamento del socio che, a conoscenza, o in grado di conoscere, lo stato di crisi finanziaria della società, sostenga comunque la stessa con mezzi non adeguati e quindi non con conferimenti, ma con ulteriore indebitamento della società, che, a sua volta, aggrava lo squilibrio patrimoniale.
L’art. 2467 c.c. tutela pertanto i creditori e ha natura inderogabile in quanto il finanziamento dei soci eseguito in situazioni di sottocapitalizzazione comporta un trasferimento del rischio di impresa dai soci ai creditori sociali.
Tuttavia i finanziamenti effettuati dai soci non vengono riqualificati come apporto di capitale, ma, pur conservando la loro natura di finanziamenti, sottostanno ad una temporanea indisponibilità del credito, in quanto la loro restituzione non deve avvenire in danno dei creditori.
Il meccanismo della postergazione non opera però in ogni situazione, ma solo qualora ricorrano i seguenti presupposti:
– un eccessivo squilibrio dell’indebitamento rispetto al patrimonio netto;
– una situazione finanziaria della società nella quale sarebbe stato ragionevole un conferimento.
Tali presupposti si riferiscono a situazioni che denotano un rischio di insolvenza che possono manifestarsi sia in fase di start-up, se la società è sottocapitalizzata (proprio perché i soci hanno preferito finanziarla anziché conferire capitale di rischio) e quindi v’è il pericolo che il rischio di impresa sia trasferito sui terzi creditori, sia in seguito, quando a fronte di perdite i soci, anziché conferire capitale come sarebbe ragionevole, effettuino finanziamenti, aumentando l’indebitamento e concorrendo, quindi, con i creditori terzi, proseguendo l’attività sociale in danno di questi ultimi, che, “normalmente”, in una tale situazione, non sarebbero disponibili ad erogare finanziamenti.
Da ultimo, con l’erogazione del finanziamento si instaura tra il socio e la società un rapporto di natura contrattuale che può essere modificato solo con il consenso di entrambe le parti e non con una delibera assembleare non adottata all’unanimità.
Non appare, dunque, legittima la decisione a maggioranza di una S.r.l. di restituire solo parte del finanziamento erogato dai soci ove la società stessa non provi la sussistenza dei presupposti della postergazione.
Quanto sopra esposto è stato statuito dal Tribunale di Roma con sentenza n. 22844 del 6/12/2017.

Sospensione compensazioni nel modello F24

Al fine di contrastare il fenomeno delle indebite compensazioni di crediti d’imposta, la legge di bilancio 2018 prevede che l’Agenzia delle Entrate possa sospendere fino a 30 giorni l’esecuzione dei versamenti effettuati mediante modello F24 contenenti compensazioni per verificare se sussistono profili di rischio in relazione all’utilizzo dei crediti.

Recentemente l’Agenzia delle Entrate ha emanato le disposizioni attuative di tale disciplina che di seguito si sintetizzano.
Le disposizioni del provvedimento in esame hanno effetto dal 29/10/2018.

Per quanto riguarda i criteri di valutazione del rischio, per l’applicazione della prevista procedura di sospensione, l’Agenzia delle Entrate selezionerà in via automatizzata i modelli F24 individuando criteri riferiti:
• alla tipologia dei debiti pagati;
• alla tipologia dei crediti compensati;
• alla coerenza dei dati indicati nel modello F24;
• ai dati presenti in Anagrafe tributaria o resi disponibili da altri enti pubblici, afferenti ai soggetti indicati nel modello F24;
• ad analoghe compensazioni effettuate in precedenza dai soggetti indicati nel modello F24;
• al pagamento di debiti iscritti a ruolo.

Dalla suddetta casistica si può pertanto ipotizzare che la compensazione possa essere bloccata quando risultano precedenti fiscali o, a maggior ragione, penali su illeciti tributari specie se riguardanti l’indebita compensazione.

Si rileva che i criteri contenuti nel provvedimento dell’Agenzia delle Entrate per valutare il rischio delle compensazioni nel modello F24 appaiono molto ampi e generici e la prevista procedura di sospensione potrebbe quindi avere un ambito applicativo molto esteso.
La sospensione del modello F24:
• avviene comunque per il suo intero contenuto;
• viene comunicata al soggetto che ha presentato il modello F24 tramite i servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate, mediante apposita ricevuta;
• non si può protrarre per più di 30 giorni rispetto alla data di invio del modello e nella ricevuta viene indicata la data di fine del periodo di sospensione.

A seguito della comunicazione di sospensione, il soggetto che ha presentato il modello F24 può:
• inviare all’Agenzia delle Entrate elementi informativi ritenuti necessari per il controllo dell’utilizzo del credito compensato;
• decidere di annullare il modello F24 mediante l’apposita procedura telematica presente sul sito dell’Agenzia delle Entrate.

Se, in esito alle verifiche effettuate, l’Agenzia delle Entrate rileva che il credito non è stato correttamente utilizzato, comunica lo scarto del modello F24:
• al soggetto che ha inviato il file telematico;
• tramite apposita ricevuta;
• indicandone la relativa motivazione.

Tutti i pagamenti e le compensazioni contenuti nel modello F24 scartato si considerano non eseguiti.
In caso di scarto del modello F24, l’Agenzia delle Entrate sostiene che “la ripetizione del pagamento, se successiva alla scadenza prevista, debba essere sanzionata, se non accompagnata dal ravvedimento” (Telefisco 2018).

Appare quindi opportuno evitare di effettuare pagamenti con compensazione a ridosso del termine di scadenza, specie quando potrebbero esserci profili di rischio.

Qualora il contribuente non ritenga corretta la comunicazione di scarto del modello F24, tale atto pare essere impugnabile davanti alla competente Commissione Tributaria Provinciale.

Ad ogni buon conto, sarà impugnabile la cartella di pagamento notificata a fronte dell’omesso versamento derivante dallo scarto del modello F24.

Onorario di CTU e split payment

La recente circolare n. 9/E del 07.05.2018 dell’Agenzia delle Entrate affronta la questione se per il soggetto obbligato al pagamento del compenso del CTU (Consulente tecnico d’ufficio) debba o meno trovare applicazione la disciplina dello split payment ed arriva a concludere che risulta inapplicabile il regime della scissione dei pagamenti.
Nell’affrontare tale tematica l’Agenzia delle Entrate introduce una novità non di poco conto per chi svolge l’attività professionale di ausiliario del giudice venendo ad affermare che “con riguardo ai compensi e onorari, relativi alle prestazioni rese dal CTU, si è dell’avviso, pertanto, che titolare passivo del rapporto di debito sia la parte esposta all’obbligo di sopportare l’onere economico. Tale soggetto, è tenuto, in base al provvedimento del Giudice – che costituisce titolo esecutivo – al pagamento del compenso per prestazioni professionali rese, al di fuori del sinallagma commissione-prestazione, a favore dell’Amministrazione della giustizia, committente non esecutrice del pagamento. Ne consegue che il CTU deve ritenersi obbligato ad esercitare la rivalsa ex art. 18 del D.P.R. n. 633 del 1972 e ad emettere fattura ai sensi del successivo art. 21 del citato D.P.R. nei confronti dell’Amministrazione della giustizia (cfr. Circolare n. 9 del 1982), in cui si evidenzi, tuttavia, che la “solutio”, avviene con denaro fornito dalla/e parte/i individuata/e dal provvedimento del Giudice”.
Pertanto il CTU deve emettere fattura nei confronti del Tribunale e non più della parte che effettua il pagamento dell’onorario che non potrà detrarre quanto corrisposto al CTU a titolo di Iva.

Presunzione di distribuzione di utili extracontabili all’amministratore

Benché non vi sia alcuna previsione normativa in tal senso, gli accertamenti effettuati nei confronti di società di capitali a ristretta base proprietaria sono contrassegnati dalla presunzione di distribuzione occulta tra i soci degli utili extra-bilancio conseguiti dalla società, che giustifica la loro ripresa a tassazione in capo ai soci stessi.
In tal senso si è formato un orientamento consolidato da parte della giurisprudenza di legittimità.
Muovendo dall’elemento della ristretta base societaria, talvolta l’Amministrazione trae presunzioni per giustificare la tassazione di ulteriori fattispecie reddituali, creando un sistema di presunzioni a catena.
La Corte di Cassazione, con una sua recente sentenza (n. 18643 del 13/7/2018), ha tuttavia sancito che, in assenza di presunzioni gravi, precise e concordanti, l’esistenza di una ristretta base societaria e la circostanza che il contribuente abbia rivestito la carica di amministratore della società a titolo gratuito non legittima la ripresa a tassazione di un presunto compenso percepito dal contribuente, che andrebbe ad aggiungersi alla presunta percezione di utili extracontabili.
Va rilevato che il diritto al compenso professionale da parte dell’amministratore si riferisce ad un rapporto autonomo, avente natura disponibile e, dunque, rinunciabile attraverso una dichiarazione unilaterale di disposizione da parte dell’amministratore stesso.
L’art. 2389, comma 2, del codice civile stabilendo che i compensi dell’amministratore possono essere costituiti in tutto o in parte dagli utili, di fatto, consente alla rinuncia del compenso da parte dell’amministratore risultando tuttavia che l’importo del compenso venga iscritto nei libri contabili della società, in esecuzione di apposita delibera.
Se la prestazione resa dall’amministratore di una società è svolta senza un corrispettivo, l’Amministrazione finanziaria può ricostruire, su base presuntiva, i maggiori redditi percepiti dallo stesso per le prestazioni rese gratuitamente.
Ciò in quanto, secondo l’orientamento della giurisprudenza di legittimità, la rinuncia “diffusa e sistematica” al compenso per le prestazioni professionali svolte costituisce un comportamento antieconomico e contrario alle elementari regole di ragionevolezza, che legittima l’accertamento nei confronti del professionista.

Privilegio credito iva dei professionisti

Il Tribunale di Udine, con provvedimento del 19/6/2018, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale con riguardo all’estensione del privilegio generale al credito IVA da rivalsa maturato dal professionista ai sensi dell’art. 2751 bis, comma 1, n. 2, del codice civile.

Si rammenta che la legge n. 205/2017 (legge di bilancio 2018) ha modificato l’art. 2751 bis, 1° comma, n. 2 del codice civile prevedendo che il privilegio generale ivi disciplinato non si riferisca solo ai compensi dei professionisti, ma si estenda anche ai contributi previdenziali ed all’iva di rivalsa.
Il giudice remittente ha osservato, fra l’altro, che:
– le cause di prelazione costituiscono deroghe rispetto al diritto dei creditori di soddisfarsi nella stessa misura sui beni del debitore, come previsto dall’art. 2741 del codice civile, Le disposizioni di legge che prevedono tali deroghe, pertanto, possono essere sindacate sotto il profilo del rispetto del principio costituzionale di uguaglianza e del canone della ragionevolezza;
– il privilegio in esame comporta una disparità di trattamento rispetto ad altre categorie di creditori compresi nell’art. 2751 bis comma 1 del codice civile come, per esempio, agenti, coltivatori diretti e artigiani;
– la modifica apportata dalla legge di bilancio 2018 ha creato una sovrapposizione normativa poiché il privilegio da riconoscere al credito per IVA è già disciplinato, in via generale, dall’art. 2758 comma 2 del codice civile.

Va osservato che se il riconoscimento del privilegio generale ai contributi previdenziali trova giustificazione nella necessità di riequilibrare una disparità di trattamento che vedeva beneficiare della prelazione la sola categoria dei commercialisti, l’estensione del privilegio generale al credito per iva di rivalsa aveva suscitato da subito perplessità tra gli addetti ai lavori e dubbi di legittimità costituzionale.

Esonero dallo split payment per i professionisti

Il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto “dignità”, attualmente in corso di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Tale decreto legge prevede, fra l’altro, il ripristino dell’esonero dal meccanismo dello split payment per i compensi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta sul reddito, come i professionisti.
Viene abrogato l’art. 1 comma 1 lett. c) del D.L. n. 50/2017 il quale aveva soppresso il predetto esonero a decorrere dalle prestazioni fatturare a partire dall’1/7/2017.
L’esonero permette quindi ai soggetti passivi, che già subiscono la ritenuta fiscale sul compenso, di evitare l’ulteriore aggravio finanziario derivante dal mancato incasso dell’IVA sull’operazione addebitata in via di rivalsa al cessionario o committente destinatario della disciplina dello split payment; si viene ad evitare, pertanto, la formazione di crediti IVA in capo al professionista.
L’esonero dalla scissione dei pagamenti riguarda i compensi assoggettati, ai sensi dell’art. 25 del DPR n. 600/73:
– a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta come, per esempio, i compensi per prestazioni di lavoro autonomo corrisposti a soggetti non residenti;
– a ritenuta a titolo d’acconto, come, per esempio, i compensi per prestazioni di lavoro autonomo corrisposti a soggetti residenti.
Non essendo prevista una decorrenza specifica, le disposizioni sopra indicate entreranno in vigore dal giorno successivo a quello di pubblicazione del decreto “dignità” nella Gazzetta Ufficiale.

Novità in materia di fatturazione elettronica

L’argomento connesso al nuovo obbligo, a partire dal 1 gennaio 2019, di emissione della fattura elettronica continua a tenere desta l’attenzione dei soggetti coinvolti.

L’Agenzia delle Entrate, con la circolare n. 13 del 2/7/2018, fornisce una serie di ulteriori chiarimenti in tema di fatturazione elettronica.
Con riferimento al termine ultimo di trasmissione delle fatture al Sistema di Interscambio, la data di emissione della fattura elettronica è quella riportata nel campo “Data” della sezione “Dati generali” del file. Se il documento è inviato tempestivamente, i tempi di elaborazione dello stesso, in assenza di scarto, sono marginali, dal momento che, nella fattura immediata, ciò che rileva è la sola data di “formazione e contestuale invio al SdI”.

Aveva destato molta preoccupazione il fatto che la fattura elettronica dovesse essere trasmessa entro le ore 24 della data di effettuazione dell’operazione.
L’Agenzia delle Entrate ora afferma che in fase di prima applicazione delle disposizioni il file fattura può essere inviato anche con un “minimo ritardo”.
Altra precisazione di notevole rilievo concerne la datazione e numerazione da attribuire a un documento scartato al momento del nuovo inoltro. Secondo l’Agenzia, la fattura scartata dal SdI andrebbe emessa con la data e il numero del documento scartato. Sarà, tuttavia, consentita l’emissione di una nuova fattura con una diversa data e numerazione, purché risulti un collegamento con il documento precedentemente rifiutato, o, in alternativa, l’emissione di una fattura che, pur con data e numero differenti, riporti una numerazione specifica, dalla quale emerga che si è in presenza di un documento rettificativo del precedente.

Un’altra questione di interesse, relativa al nuovo obbligo di fatturazione elettronica, riguarda la vasta platea di contribuenti che si avvalgono del regime forfetario o quello di vantaggio ex DL 98/2011, i quali sono esonerati dall’obbligo di fatturazione elettronica.
E’ tuttavia opportuno che venga un chiarimento per quanto concerne gli obblighi di accettazione e ricezione delle fatture in tale formato, poiché potrebbero risultare sproporzionati rispetto agli obiettivi per i quali l’Italia ha ottenuto il rilascio della misura di deroga da parte dell’UE.
In favore dell’esonero per “minimi” e forfetari depone il fatto che, sul piano procedurale, tali soggetti sembrano equiparati ai consumatori finali per quanto riguarda l’indirizzamento delle fatture e l’individuazione della data di ricezione delle stesse.

Regime semplificato e rimanenze finali

Da quando è stato riformato il regime contabile semplificato, una delle questioni più dibattute ha riguardato la gestione delle rimanenze finali.

Recentemente l’Agenzia delle Entrate ha fornito alcuni chiarimenti e gli interventi hanno riguardato, fra gli altri, anche la questione riguardante la gestione delle rimanenze finali pagate durante il regime di cassa, a seguito del passaggio alla contabilità ordinaria.
Secondo una precedente indicazione dell’Agenzia delle Entrate (circolare n. 11/2017), le rimanenze di merci:
– il cui costo è stato sostenuto e, pertanto, dedotto nel corso del regime di cassa, non rilevano come esistenze iniziali al momento della fuoriuscita dal regime semplificato;
– non pagate durante il regime di cassa, rilevano come esistenze iniziali con applicazione delle ordinarie regole di competenza previste dal Testo Unico delle Imposte sui Redditi.
In occasione del transito al regime ordinario, per esempio nel 2018, le rimanenze maturate nel 2017, ancorché pagate e dedotte nel regime di cassa, devono essere indicate nell’apposito prospetto delle attività e delle passività previsto dal DPR 126/2003, ma non assumono mai rilevanza fiscale, neppure, quali giacenze finali, alla fine del 2018, periodo in cui è applicata la contabilità ordinaria. Viene così a crearsi un “disallineamento” tra valori civili e fiscali che perdurerà fintantoché le rimanenze al 31/12/2017 resteranno fisicamente presenti nel magazzino dell’impresa.

 

Emendabilità dell’omessa presentazione del modello F24 a zero

Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 13931 del 31/5/2018) ha statuito che l’errore o l’omissione del contribuente, che abbia causato un aggravio d’imposta, può essere corretto nel corso del contenzioso. Non può quindi essere contestato l’omesso versamento di imposte dichiarate se il contribuente dimostra che ha omesso di presentare per errore il modello F24 “a zero” contenente la compensazione.
Dopo la sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite n. 13378 del 30/6/2016, è divenuto pacifico il principio secondo cui, salvo alcune eccezioni, il contribuente può sempre, in sede processuale, far valere errori ed omissioni che hanno causato un indebito aggravio d’imposta.

Il suddetto principio è ora anche indicato nell’art 2 del DPR 322/98, dopo la modifica operata dal D.L. n. 193/2016.
Il principio non è circoscritto alle sole dichiarazioni fiscali, potendo riguardare tutti gli “atti dello stesso contribuente costituenti il presupposto dell’imposizione fiscale“, come affermato dalla Suprema Corte (Cass. n. 453 del 11/1/2018).
Il contribuente, per far valere l’errore in cui è incorso, dovrà dimostrarlo in sede contenziosa, non dovendosi, necessariamente, ripresentare, per esempio, la dichiarazione.
Si rammenta che l’art. 19 del D.Lgs. n. 241/97 impone l’obbligo di presentare la delega di pagamento contenente compensazioni che, in seguito alla coincidenza tra debito e credito, finisce con saldo zero. In caso di violazione, risulta irrogabile una sanzione di 100 euro, ridotta alla metà se il ritardo nella presentazione del modello F24 non supera i cinque giorni lavorativi.

Si rileva che la suddetta violazione può comunque essere oggetto di ravvedimento operoso.

In caso di tardiva presentazione del modello F24 non può essere contestato il tardivo versamento delle imposte e men che meno l’indebita compensazione.
Nel caso esaminato dai giudici della Cassazione la fattispecie presentava la peculiarità che il modello F24 contenente la compensazione non era stato presentato e, a seguito di liquidazione automatica, ne è scaturito l’omesso versamento.
Il contribuente deve fornire la prova dell’errore che può essere anche presuntiva, come nel caso in cui il contribuente, vantando un credito compensabile superiore al debito da dichiarazione, compensa l’eccedenza in momenti successivi dopo essersi dimenticato di presentare il modello F24 “a zero”.
I giudici della Suprema Corte  Cassazione non affrontano tuttavia il problema probatorio, limitandosi ad affermare che, sulla base del principio sotteso all’emendabilità in sede contenziosa degli errori, è possibile far valere l’errore consistente nella mancata presentazione del modello F24, errore sanzionato non con l’invalidità del pagamento.